Oggi il secondo anniversario della morte della scrittrice ungherese

Due anni fa moriva a Neuchâtel la scrittrice ungherese Ágota Kristof. Dalla mitologia della sua vita faticosa salviamo qualche dato: l’infanzia a Csikvaud, villaggio minimo dell’Ungheria presso Köszeg, senza elettricità, acqua corrente, stazione, telefono, l’invasione tedesca prima e, quella, ben più dolorosa, della Russia stalinista, negli anni del dopoguerra: il padre finì in prigione, il marito, suo professore di storia ai tempi del liceo, fu perseguitato per le sue idee anticomuniste e lei, nel 1956, con una bambina di quattro mesi, fu costretta a seguirlo nella sua fuga dal regime. La coppia si trasferì in Svizzera. Lei non gli avrebbe mai perdonato la separazione dalla sua patria. In Svizzera, Ágota lavorò come operaia in una ditta di orologi (disse una volta: «due anni di galera in Urss erano probabilmente meglio di cinque anni di fabbrica in Svizzera») e incontrò il francese, la lingua acquisita, usurpatrice, imperfetta. Ágota scrisse in francese non per scelta, ma per pragmatismo. Capiva che nessuno l’avrebbe letta, se avesse scritto in ungherese, una di quelle lingue che sapeva dolorosamente senza importanza. Emigrare significò soprattutto spostare il centro e avvertire che le cose, gli odori, i sentimenti potevano avere un altro nome. Il suo francese non fu mai libero dagli errori grammaticali, in un certo senso era innaturale. Forse proprio perché non poteva maneggiarlo con familiarità, scrisse in una prosa dura, scarnita, spigolosa. La scrittura era un esercizio di verità e spersonalizzazione, ma quella spersonalizzazione, così seccamente anti-letteraria, fu il suo elegiaco più intimo, allignato e protetto nel cronachistico, l’affermazione di una propria inespugnabile unicità affidata alla sottrazione e alla spogliazione. Una lingua raschiata e nuda che era l’unica lingua possibile. Per penetrare – non raccontare, non indagare – il dolore della perdita, la ferita dello strappo. Il suo sguardo non ha paura di guardare fissamente i desideri più torbidi, d’indovinare i pensieri più perversi e i precipizi umani più squallidi, non ha paura di braccare con implacabile fermezza ogni atto di cannibalismo emotivo e di sopraffazione. La sua scrittura incide la ferita senza temere l’infezione, calpesta ogni filtro, raggiunge lo scheletro di ogni cosa eterna: l’odio, l’amore, il possesso, l’appartenenza, la mancanza. Soprattutto la mancanza. Il nervo che attraversa tutte le sue opere è il dolore disciplinato della separazione, il sentimento del distacco e dell’irrecuperabile. La scrittura di Ágota lo infligge al lettore, glielo ficca in corpo, è come se amputasse qualcosa, un braccio, una gamba. È impossibile non sentire quello strappo, quello stesso che ha separato i gemelli, nella Trilogia della città di K., la loro solitudine, la disperazione, il crudele irreversibile passaggio dall’essere una cosa sola – il Tutto – all’essere il Nulla. La cesura che ha isolato lo spazio dell’appartenenza da quello dell’inappartenenza, la frattura che ha spezzato in due il tempo. Come suggerisce anche l’epigrafe di Ieri, la più poetica e disperata delle sue opere, quella che più direttamente affronta lo spaesamento degli emigrati: «Ieri tutto era più bello / la musica tra gli alberi / il vento nei miei capelli / e nelle tue mani tese / il sole». Ieri che è uno stato dell’anima e un luogo fisico e metafisico insieme, corporale e aereo, il ritmo marziale e malinconico della parte d’assenza che c’è nell’esistenza.